Non occorre più di certo citare le evidenze scientifiche che da molti anni informano la cosa pubblica per constatare che il disastro è in atto. Anche la letteratura, anche le più mirabili visioni distotiche, sembrano orizzonti meno catastrofici del reale stesso. Siamo appunto nel momento (storico) dove le forze distruttive dell’Antropocene e del Capitalocene si disvelano e offrono scenari di morte, distruzione, sofferenza, impotenza.
Le principali posizioni di fronte al problema sono due. Da un lato un atteggiamento ottimista e negazionista che crede nella tecnologia salvifica o pensa che l’emergenza climatica sia un processo “naturale” e “spontaneo”. Insomma, il problema o non c’è proprio o sarà in qualche modo arginato e controllato dal potere tecnologico. Il secondo atteggiamento, diametralmente opposto, semplicemente getta la spugna: è ormai troppo tardi, non c’è più nulla da fare, non rimane che aspettare la fine. Noi qui rifiutiamo entrambi gli atteggiamenti. Coscienti e vigili, decidiamo di riunirci per immaginare soluzioni pratiche a scenari prossimi.
Accettiamo l’invito di Donna Haraway e lo estendiamo alla comunità del Simposio:
Che forme possono prendere questi luoghi di rifugio?